Si scrive ‘Minari’, si legge ‘Torniamo al cinema’



Sono trascorsi quasi sei mesi da quando il 25 ottobre 2020 entrava in Gazzetta ufficiale il Dpcm che decretava, tra tutti, anche la chiusura di cinema, teatri e sale da concerto. Emanato a seguito di una convocazione d’urgenza del Comitato tecnico scientifico da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il decreto intaccava un vasto segmento del settore culturale e ci obbligava a riportare il sedere sul divano. Scenario già noto a molti per buona parte di lockdown, zona rossa, arancione e tutti i colori che la strega mangia colore prevede. Insomma, i sedili rossi delle sale cinematografiche sono diventati, come tante altre cose, miraggio di una ‘normalità' che per un po' non poteva più appartenerci. Mentre le piattaforme che offrono servizi di streaming per guardare serie TV, film, documentari, e chi più ne ha più ne metta, già molto diffuse, si sono definitivamente espanse a macchia d’olio.


Il cinema, però, - inteso come luogo- ha un valore aggregativo che non può essere tralasciato. Diciamocelo, guardare un film in pigiama, da solo, col plaid sulle gambe steso sulla chaise long del salotto non è come guardarlo in sala con gli amici, la fidanzata, la famiglia o anche in solitaria (anche se proprio in solitaria non si è quasi mai). L’atto di andare al cinema implica molto di più che premere un tasto sul telecomando. Implica una volontà che supera la banalità di un gesto ormai visto al replay mille volte. Vuole dire spendere del tempo su una chat whattsapp per mettere d’accordo su un unico titolo i gusti di tutti, scegliere cosa indossare, dove andare, come andare. Mentre il perché è sempre chiaro. Sì, ok, quel film lo volevi vedere da un po', ami il genere, l’attore o l'attrice protagonista, ma soprattutto vuoi accomodarti e vivere un’esperienza, insieme o contemporaneamente ad altri, nello stesso luogo che accomuna tutti perché all’interno ci sono le emozioni di tutti. Il ritardatario che si è perso già i primi 10 minuti ed entra con l’ansia, l’appassionata che ha acquistato i biglietti due settimane prima online e aspetta con trepidazione le prime note di inizio, e tutte quelle altre persone che scelgono di sperimentare un momento unico in mezzo ad altre persone che sono lì per lo stesso identico motivo.


Esperienza degli spettatori a parte, gli esercenti rimangono preoccupati. Se le regole e i protocolli rimangono quelli che il Governo e il Comitato tecnico scientifico hanno annunciato nei giorni scorsi, quale sarà l’affluenza con la chiusura obbligatoria delle sale prevista alle 22? Il coprifuoco riduce, di fatto, le proiezioni ad un massimo di due o tre spettacoli e la capienza delle sale al 50% la limita ancora di più. La grande distribuzione, infatti, generalmente può contare sulla gran parte degli esercizi regolarmente aperti che sono in grado di proiettare film in più spettacoli, e dunque con incassi sicuri ai botteghini, altrimenti preferisce optare per le più redditizie piattaforme digitali (come ci hanno ben insegnato le restrizioni casalinghe). Tutto ciò senza considerare l’impossibilità di aprire i bar interni, perdendo quindi un’importante fonte di guadagno.


Insomma, la voglia di tornare in sala da parte di molti c’è, nonostante le regole ferree. Per altri, permane un alone di paura dato dalla possibilità di contagio nei luoghi chiusi. Ad ogni modo, i cinema domani finalmente riapriranno e 'Minari' di Lee Isaac Chung inaugurerà questo memorabile evento.


Il film, già vincitore del Gran premio della giuria U.S. Dramatic al Sundance Film Festival 2020 e di un Golden Globe per il miglior film straniero, potrebbe ricevere una statuetta, o più, nella premiazione degli Oscar che si terrà questa notte, e per i quali concorre con ben 6 candidature: miglior film, miglior regista a Lee Isaac Chung, miglior attore a Steven Yeun, migliore attrice non protagonista ad Yoon Yeo-jeong, migliore sceneggiatura originale a Lee Isaac Chung e migliore colonna sonora a Emile Mosseri.


L'attesissima pellicola, parzialmente autobiografica, ha già ricevuto ampio consenso dalla critica internazionale per la semplicità nel raccontare, senza scadere nella vuota retorica, la vicenda del piccolo coreano-americano David e della sua famiglia, appena trasferitasi in Arkansas dalla California.


Le aspettative sono piuttosto alte, non ci resta che accomodarci in sala – negli orari consentiti e alle distanze previste.


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